Sangue E Piombo Sull'Asfalto

scritto da Taby-Saby
Scritto 4 mesi fa • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Testo: Sangue E Piombo Sull'Asfalto
di Taby-Saby

Il rombo del motore truccato della Giulia scura fendeva il silenzio spettrale della periferia industriale, un suono gutturale che annunciava l'arrivo dei lupi prima ancora che i fari bucassero la nebbia mattutina.

All’interno dell’abitacolo, l’aria era satura di fumo di sigarette senza filtro e dell’odore metallico delle armi appena oliate, un profumo che per il Libanese, il Nero e il Dandi era più inebriante di qualsiasi profumo di donna. Non erano semplici ladri di polli, erano i padroni di una violenza metodica, un’entità collettiva che aveva deciso di prendersi tutto quello che la città aveva negato loro, senza chiedere permesso e senza lasciare testimoni capaci di parlare.

Il Libanese, seduto al posto di guida con le mani nodose strette sul volante, fissava l’ingresso della banca con occhi che non sbattevano mai, due fessure di ghiaccio che calcolavano ogni secondo, ogni movimento delle guardie giurate, ogni possibile intoppo in un piano che non ammetteva l’errore.

Il Nero, sul sedile posteriore, accarezzava la canna mozza del suo fucile con una tenerezza inquietante, la stessa che avrebbe usato poco dopo per abbattere chiunque avesse osato incrociare il suo cammino; era il braccio armato, l’anima nera della banda, un uomo che aveva dimenticato il valore della vita umana tra le celle di Regina Coeli e i vicoli bui di Testaccio.

Il Dandi, invece, controllava l’ora sul suo orologio d’oro, un trofeo di una rapina precedente, sistemandosi il colletto della camicia di seta con una vanità che strideva con la brutalità del momento; lui era la mente logistica, colui che trovava i basisti e corrompeva i poliziotti, l’anello di congiunzione tra il fango della strada e i salotti del potere deviato.

Quando il furgone portavalori accostò davanti alla filiale, il tempo sembrò fermarsi in un istante di pura tensione elettrica, poi il Libanese diede il segnale e l’inferno si scatenò sull’asfalto bagnato.

Uscirono dall’auto come proiettili, i volti coperti da calze di seta che stravolgevano i lineamenti rendendoli simili a demoni grotteschi, urlando ordini secchi che venivano coperti quasi subito dal crepitio secco dei mitra. Non ci fu trattativa, non ci fu esitazione: la prima guardia che tentò di estrarre la pistola venne investita da una pioggia di piombo che la scaraventò contro le vetrate della banca, trasformando il cristallo in una cascata di diamanti insanguinati.

La folla sul marciapiede si disperse in un coro di urla strazianti, mentre la banda si muoveva con una coordinazione militare, svuotando i sacchi di banconote con una fame atavica che non conosceva sazietà. Ma la ferocia della banda non si fermava al denaro; era una sfida aperta allo Stato, un atto di guerra consumato in pieno giorno sotto gli occhi di una popolazione terrorizzata.

Durante la fuga, inseguiti dalle sirene che cominciavano a convergere verso il centro, il Nero sporse il busto dal finestrino e aprì il fuoco contro una volante della polizia, colpendo il serbatoio e trasformando l’auto inseguitrice in una palla di fuoco che illuminò il grigio dei palazzoni popolari. Non provavano rimorso, solo un’esaltazione selvaggia, il brivido di chi sa di essere al di sopra della legge perché la legge non ha mai avuto un posto per loro.

Si rifugiarono in un capannone abbandonato lungo il Tevere, dove il rumore dell’acqua che scorreva lenta sembrava l’unico suono capace di calmare i loro nervi scossi dall’adrenalina. Lì, tra le casse di legno e i resti di vecchi macchinari arrugginiti, iniziarono a spartirsi il bottino, ma il seme del sospetto, più letale di qualsiasi pallottola, cominciò a germogliare tra di loro.

Il Libanese guardava il Dandi con diffidenza, sospettando che avesse tenuto per sé una parte dei diamanti, mentre il Nero puliva ossessivamente il sangue dai suoi stivali, mormorando di tradimenti e di spie. La loro alleanza, nata nel sangue e cementata dal crimine, stava cominciando a sfaldarsi sotto il peso della propria spietatezza; erano predatori che, rimasti senza prede esterne, iniziavano a guardarsi l’un l’altro come possibili vittime.

La notte scese su Roma, una notte carica di presagi e di pioggia, mentre la banda di rapinatori più temuta della capitale restava asserragliata nel buio, con le armi cariche e il cuore pieno di un odio che non risparmiava nessuno, consapevoli che la loro corsa folle verso il potere sarebbe finita in un unico modo: in una pioggia di proiettili o nel silenzio gelido di una cella, perché per chi sceglie la via del piombo non esiste mai un lieto fine, ma solo un’ultima, disperata sparatoria contro il destino.

Sangue E Piombo Sull'Asfalto testo di Taby-Saby
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